Il rapporto tra infiammazione, alimentazione e malnutrizione è molto più complesso di quanto si possa pensare. L’infiammazione può favorire la perdita di peso e di massa muscolare, ma allo stesso tempo ciò che mangiamo può influenzare i processi infiammatori dell’organismo. E, soprattutto, lo stato infiammatorio può determinare quanto una persona risponderà a un intervento nutrizionale.
L’infiammazione è una risposta naturale dell’organismo a infezioni, traumi e altri fattori di stress. Quando è acuta e temporanea, rappresenta un importante meccanismo di difesa. Il problema nasce quando l’infiammazione diventa persistente o eccessiva: numerose malattie croniche sono infatti associate a uno stato infiammatorio di lunga durata.
Una recente revisione pubblicata sulla rivista scientifica Nutrients ha analizzato proprio il complesso rapporto tra infiammazione e nutrizione, evidenziando come questi due fattori siano strettamente collegati.
Infiammazione e malnutrizione: un circolo vizioso
Quando si parla di malnutrizione si pensa spesso esclusivamente a una persona che mangia troppo poco.
Nella malnutrizione correlata alla malattia, però, la situazione è più complessa.
Una malattia può provocare una forte risposta infiammatoria che modifica profondamente il metabolismo dell’organismo. Le sostanze prodotte durante l’infiammazione, chiamate citochine pro-infiammatorie, possono influenzare il cervello, ridurre l’appetito e favorire alterazioni del metabolismo.
Tra le principali citochine coinvolte troviamo:
- IL-6
- IL-1β
- TNF-α
Queste sostanze possono contribuire a:
- ridurre la fame;
- diminuire spontaneamente l’assunzione di cibo;
- rallentare lo svuotamento gastrico;
- aumentare la degradazione delle proteine muscolari;
- ridurre la sintesi di nuove proteine muscolari;
- favorire perdita di peso e di massa muscolare;
- aumentare stanchezza e debolezza.
Si crea così un vero e proprio circolo vizioso:
malattia → infiammazione → riduzione dell’appetito → minore introduzione di nutrienti → perdita di massa muscolare → malnutrizione → peggioramento delle condizioni generali.
La malnutrizione correlata alla malattia è molto frequente: secondo la review interessa circa il 30% dei pazienti ricoverati in reparti medici, con percentuali ancora maggiori negli anziani e nei pazienti critici. Se non viene riconosciuta e trattata, è associata a una maggiore mortalità e a degenze ospedaliere più lunghe.
Non tutte le malnutrizioni sono uguali
Un aspetto fondamentale è capire che la malnutrizione non ha sempre la stessa origine.
Può essere presente:
- in presenza di una forte infiammazione acuta;
- in presenza di un’infiammazione cronica;
- in assenza di un processo infiammatorio importante.
Questa distinzione è importante perché il paziente malnutrito e fortemente infiammato potrebbe rispondere in modo diverso alla terapia nutrizionale rispetto a un paziente malnutrito ma con un livello di infiammazione più basso.
È proprio questo uno dei messaggi più interessanti della revisione.
La terapia nutrizionale funziona sempre?
Non necessariamente.
Gli studi analizzati dagli autori mostrano risultati differenti a seconda del tipo di paziente.
In alcune persone la terapia nutrizionale può migliorare lo stato nutrizionale, la funzionalità e gli esiti clinici. In altre, soprattutto quando è presente una forte infiammazione sistemica, i benefici possono essere molto più limitati.
Questo potrebbe spiegare perché alcuni studi sulla nutrizione hanno prodotto risultati apparentemente contraddittori.
Il problema, quindi, non è necessariamente che “la nutrizione non funziona”, ma che la risposta alla nutrizione può dipendere dalle condizioni metaboliche e infiammatorie della persona.
La proteina C-reattiva può darci informazioni importanti
Uno degli aspetti più interessanti descritti nella review riguarda la proteina C-reattiva (PCR o CRP), un comune indicatore di infiammazione.
I dati dello studio EFFORT hanno mostrato che nei pazienti malnutriti con PCR superiore a 100 mg/L, la risposta alla terapia nutrizionale era significativamente più bassa.
Al contrario, nei pazienti con livelli di infiammazione bassi o moderati, l’intervento nutrizionale era associato a una significativa riduzione della mortalità a 30 giorni.
Questo non significa che una PCR elevata renda inutile la terapia nutrizionale.
Significa piuttosto che l’intensità dell’infiammazione deve essere presa in considerazione quando si decide come e quando intervenire dal punto di vista nutrizionale.
Un altro dato interessante riguarda l’albumina. Sebbene sia spesso utilizzata come indicatore prognostico, nello studio EFFORT non ha dimostrato la stessa capacità della PCR di prevedere la risposta alla terapia nutrizionale.
Anche l’alimentazione può influenzare l’infiammazione
Il rapporto tra nutrizione e infiammazione, però, non funziona in una sola direzione.
Non è soltanto l’infiammazione a modificare il metabolismo: anche ciò che mangiamo può influenzare i processi infiammatori.
La ricerca ha studiato diversi nutrienti e componenti degli alimenti, tra cui:
- acidi grassi omega-3 e omega-6;
- vitamina D;
- aminoacidi;
- fibre;
- polifenoli e altre sostanze fitochimiche.
Omega-3 e omega-6
Gli acidi grassi polinsaturi omega-3 e omega-6 sono essenziali e devono essere introdotti attraverso l’alimentazione.
Gli omega-3 a lunga catena, come EPA e DHA, partecipano alla produzione di mediatori coinvolti nella regolazione della risposta infiammatoria.
Gli omega-6, invece, possono essere precursori di mediatori con attività pro-infiammatoria, anche se il loro ruolo non può essere ridotto alla semplice contrapposizione “omega-3 buoni, omega-6 cattivi”. Si tratta di una rete metabolica molto più complessa.
Fibre, polifenoli e alimenti vegetali
Anche fibre e sostanze fitochimiche, come i polifenoli, possono contribuire agli effetti favorevoli di un’alimentazione ricca di alimenti vegetali.
Le fibre, inoltre, interagiscono con il microbiota intestinale e possono favorire la produzione di metaboliti in grado di influenzare il sistema immunitario.
È quindi interessante osservare come l’effetto dell’alimentazione sull’infiammazione non dipenda necessariamente da un singolo alimento o da una singola sostanza, ma dall’insieme delle caratteristiche della dieta.
Dieta mediterranea e infiammazione
Tra i modelli alimentari analizzati nella review, particolare attenzione viene dedicata ai modelli alimentari ricchi di alimenti vegetali.
La dieta mediterranea, caratterizzata da un’elevata presenza di alimenti vegetali e da fonti di grassi prevalentemente insaturi, è stata associata a effetti favorevoli su diversi marcatori dell’infiammazione.
Gli autori sottolineano che questi effetti possono essere spiegati dalla combinazione di diversi componenti presenti nella dieta, tra cui:
- acidi grassi polinsaturi;
- fibre;
- carboidrati complessi;
- polifenoli.
Questo è un concetto importante: non è necessario cercare il singolo “alimento antinfiammatorio”.
È più utile considerare la qualità complessiva dell’alimentazione.
Il modello alimentare occidentale
Al contrario, diversi studi hanno associato il cosiddetto Western dietary pattern, caratterizzato da una maggiore presenza di:
- carni lavorate;
- cereali raffinati;
- bevande zuccherate;
- alimenti altamente processati,
a livelli più elevati di alcuni marcatori infiammatori.
Questo non significa che un singolo alimento sia automaticamente “infiammatorio”.
L’effetto osservato negli studi riguarda soprattutto il modello alimentare complessivo e le abitudini mantenute nel tempo.
E la cosiddetta immunonutrizione?
La review dedica attenzione anche alla immunonutrizione, cioè all’utilizzo di specifici nutrienti con l’obiettivo di modulare la risposta immunitaria.
Alcune formulazioni utilizzate nella ricerca combinano, ad esempio:
- omega-3;
- vitamina D;
- selenio;
- nucleotidi;
- glutammina;
- arginina.
Tuttavia, gli autori sottolineano che le evidenze non sono uniformi.
I risultati sembrano infatti dipendere dalla popolazione studiata, dalla composizione della formula, dalle quantità utilizzate e dal momento in cui viene somministrata.
Pertanto non è corretto considerare l’immunonutrizione come una soluzione universale per tutti i pazienti.
Perché nei pazienti molto infiammati la nutrizione può funzionare meno?
La risposta è probabilmente legata alla profonda trasformazione del metabolismo provocata dall’infiammazione.
Durante una fase infiammatoria importante, l’organismo può trovarsi in uno stato fortemente catabolico, nel quale aumenta la degradazione dei tessuti, compreso il muscolo.
Anche processi cellulari come l’autofagia vengono modificati durante la malattia e l’infiammazione.
Per questo motivo, in alcune condizioni critiche, fornire semplicemente una quantità maggiore di calorie non significa necessariamente ottenere un miglior risultato. Un eccessivo apporto nutrizionale durante la fase acuta potrebbe addirittura interferire con alcuni processi fisiologici di adattamento.
Verso una nutrizione sempre più personalizzata
Tutti questi dati portano a una conclusione molto importante.
La nutrizione clinica non dovrebbe basarsi esclusivamente su formule standard come:
peso → calorie → dieta.
È necessario considerare il paziente nel suo complesso.
Tra i fattori che possono essere importanti troviamo:
- malattia presente;
- fase della malattia;
- grado di infiammazione;
- stato nutrizionale;
- perdita di peso;
- massa muscolare;
- funzionalità fisica;
- funzione renale;
- biomarcatori;
- risposta individuale all’intervento nutrizionale.
Gli autori parlano quindi di nutrizione personalizzata e medicina di precisione, nelle quali l’intervento nutrizionale viene adattato alle caratteristiche specifiche del paziente.
Quindi l’infiammazione è amica o nemica della nutrizione?
La risposta è: dipende.
L’infiammazione è una risposta fisiologica fondamentale per difenderci dalle aggressioni e riparare i tessuti. Quando però diventa intensa o persistente, può contribuire alla perdita di appetito, alla malnutrizione e alla perdita di massa muscolare.
Allo stesso tempo, un’alimentazione di buona qualità può contribuire a modulare favorevolmente alcuni processi infiammatori.
Ma c’è un terzo elemento fondamentale:
l’infiammazione può modificare la risposta del paziente alla terapia nutrizionale.
Per questo motivo, soprattutto nella nutrizione clinica, non basta sapere quante calorie e quante proteine assume una persona.
Bisogna comprendere in quale situazione metabolica e infiammatoria si trova quella persona.
Conclusioni
La principale lezione che possiamo trarre da questa review è che nutrizione e infiammazione sono due facce della stessa realtà biologica.
La malattia può aumentare l’infiammazione e favorire la malnutrizione. L’alimentazione può, a sua volta, influenzare i processi infiammatori. Infine, il grado di infiammazione può determinare la risposta alla terapia nutrizionale.
Questo rafforza l’importanza di un approccio personalizzato, soprattutto nei pazienti affetti da patologie acute o croniche, nei quali una valutazione nutrizionale non dovrebbe limitarsi al peso corporeo, ma considerare anche composizione corporea, perdita di massa muscolare, alimentazione, malattia e stato infiammatorio.
In altre parole: non esiste necessariamente una “dieta antinfiammatoria” valida per tutti. Esiste invece la necessità di costruire un’alimentazione adeguata alla persona, alla sua condizione clinica e alla fase della malattia.
Riferimento scientifico
Stumpf F, Keller B, Gressies C, Schuetz P. Inflammation and Nutrition: Friend or Foe? Nutrients. 2023;15(5):1159. doi:10.3390/nu15051159.
Nota: questo articolo è una revisione della letteratura scientifica e non costituisce, da solo, una raccomandazione terapeutica per il singolo paziente.

