Una revisione sistematica con meta-analisi su oltre mezzo milione di persone ha evidenziato un’associazione tra alimentazione vegetariana o vegana e un maggiore rischio di frattura dell’anca. Quali sono i possibili motivi e quali strategie nutrizionali possono aiutare a proteggere la salute delle ossa?
Perché è importante parlare di alimentazione e salute delle ossa?
Le fratture dell’anca rappresentano una delle conseguenze più serie della fragilità scheletrica, soprattutto nelle persone anziane. Possono comportare ricoveri ospedalieri, perdita di autonomia, difficoltà nella deambulazione e un aumento del rischio di complicanze.
La salute delle ossa dipende da numerosi fattori, tra cui età, genetica, assetto ormonale, attività fisica, massa muscolare e alimentazione. Alcuni nutrienti, in particolare calcio, vitamina D e proteine, svolgono un ruolo importante nel mantenimento della struttura e della funzionalità del tessuto osseo.
Negli ultimi anni, le diete vegetariane e vegane hanno acquisito una crescente popolarità per motivi di salute, ambientali ed etici. Tuttavia, escludere determinati alimenti può rendere più difficile soddisfare il fabbisogno di alcuni nutrienti, se la dieta non viene pianificata correttamente.
Ma seguire una dieta vegetariana o vegana è realmente associato a un maggiore rischio di fratture?
Una revisione sistematica pubblicata sulla rivista scientifica Nutrition Reviews ha cercato di rispondere proprio a questa domanda.
Che cosa ha analizzato lo studio?
I ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi, due strumenti che permettono di raccogliere e analizzare i risultati di diversi studi scientifici per ottenere una stima complessiva di un fenomeno.
Sono stati inclusi quattro studi osservazionali di coorte, per un totale di 529.672 partecipanti, con un’età media di circa 55 anni e un periodo medio di osservazione di 15,2 anni.
Nel complesso, durante il follow-up sono state registrate 5.949 fratture dell’anca.
I partecipanti sono stati classificati in base al modello alimentare seguito:
- Vegetariani: non consumavano carne e pesce, ma potevano assumere uova e latticini.
- Vegani: escludevano tutti gli alimenti di origine animale, compresi carne, pesce, uova e latticini.
- Onnivori: consumavano alimenti come carne rossa, carne lavorata, pollame e pesce.
Per rendere i confronti più affidabili, i ricercatori hanno utilizzato stime statistiche corrette per diversi fattori che possono influenzare il rischio di frattura, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, attività fisica e variabili alimentari.
I risultati: quale rischio è stato osservato?
I risultati hanno evidenziato un’associazione tra entrambe le diete a base vegetale e un maggiore rischio di frattura dell’anca rispetto al gruppo di riferimento degli onnivori.
In particolare, gli autori hanno osservato:
- Dieta vegetariana: rischio relativo di frattura dell’anca superiore del 25%.
- Dieta vegana: rischio relativo superiore del 75%.
Questi valori derivano dagli hazard ratio (HR), una misura statistica che confronta il verificarsi di un evento nel tempo tra gruppi differenti.
Per i vegetariani, l’HR è risultato pari a 1,25, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,11 e 1,39.
Per i vegani, l’HR è risultato pari a 1,75, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,17 e 2,63.
Il risultato suggerisce quindi un’associazione più marcata nel gruppo vegano. Tuttavia, è fondamentale considerare anche la qualità delle evidenze scientifiche, che gli autori hanno giudicato bassa per i vegetariani e molto bassa per i vegani.
Rischio relativo e rischio assoluto: qual è la differenza?
Un aumento del rischio relativo del 75% può sembrare molto elevato, ma non significa che il 75% delle persone vegane subirà una frattura.
Per comprendere meglio i risultati, è utile considerare anche il rischio assoluto, cioè il numero di eventi che si verificano in una determinata popolazione.
Secondo le stime riportate dagli autori, l’associazione osservata corrispondeva approssimativamente a:
- 2 fratture aggiuntive ogni 1.000 persone nel gruppo vegetariano.
- 8 fratture aggiuntive ogni 1.000 persone nel gruppo vegano.
Si tratta di stime assolute derivate dall’analisi, non di previsioni individuali. Il rischio effettivo dipende anche dall’età, dallo stato di salute, dalla densità minerale ossea, dalla massa muscolare e da numerosi altri fattori.
Perché le diete vegetariane e vegane potrebbero influenzare la salute delle ossa?
Lo studio non ha dimostrato direttamente quali meccanismi siano responsabili dell’associazione osservata. Gli autori, tuttavia, discutono diversi fattori nutrizionali e fisiologici che potrebbero contribuire a spiegare i risultati.
1. Calcio: un nutriente fondamentale per lo scheletro
Il calcio è il principale minerale presente nelle ossa e contribuisce a mantenerne la struttura e la resistenza.
I latticini rappresentano una fonte importante di calcio nella dieta. Chi li esclude, come avviene nell’alimentazione vegana, deve ottenere quantità adeguate di questo minerale da altre fonti.
Tra gli alimenti vegetali che possono contribuire all’apporto di calcio troviamo:
- Bevande vegetali fortificate con calcio.
- Tofu preparato con sali di calcio.
- Alcune verdure, come cavolo riccio e altre varietà di cavoli.
- Alcune acque minerali ricche di calcio.
- Mandorle, semi e legumi.
Non tutte le fonti vegetali sono equivalenti. La quantità di calcio presente nell’alimento e la sua biodisponibilità, cioè la quota che l’organismo riesce effettivamente ad assorbire e utilizzare, possono variare considerevolmente.
Per esempio, alcuni vegetali contengono ossalati, sostanze che possono ridurre l’assorbimento del calcio. Per questo motivo, non è sufficiente considerare soltanto il contenuto teorico di un minerale: è necessario valutare anche la sua disponibilità effettiva.
Una dieta vegetariana o vegana ben pianificata può fornire calcio a sufficienza, ma richiede attenzione nella scelta degli alimenti.
2. Vitamina D: essenziale per l’assorbimento del calcio
La vitamina D favorisce l’assorbimento intestinale del calcio e contribuisce al mantenimento di ossa normali.
Svolge inoltre un ruolo nella funzione muscolare, importante per l’equilibrio e per la prevenzione delle cadute.
La principale fonte di vitamina D è la sintesi cutanea indotta dall’esposizione ai raggi ultravioletti. L’alimentazione rappresenta comunque un contributo importante, soprattutto quando la sintesi cutanea è insufficiente.
Alcuni degli alimenti più ricchi di vitamina D sono di origine animale, come il pesce grasso. Anche alcuni prodotti fortificati possono contribuire all’apporto.
Nelle diete vegetariane e vegane, la quantità di vitamina D introdotta con gli alimenti può risultare insufficiente, soprattutto in assenza di prodotti fortificati o di altre fonti adeguate.
Gli autori richiamano inoltre l’attenzione sulle differenze tra le forme di vitamina D: la vitamina D2 è presente in alcune fonti fungine, mentre la D3 si trova in diversi alimenti di origine animale. Le due forme non sono necessariamente equivalenti in tutti i contesti fisiologici.
L’eventuale integrazione dovrebbe essere valutata in base alle esigenze individuali e alla situazione clinica, senza ricorrere automaticamente agli integratori in assenza di una reale indicazione.
3. Proteine: non servono soltanto a costruire i muscoli
Quando si parla di salute ossea, spesso si pensa soprattutto al calcio e alla vitamina D. Anche le proteine, tuttavia, sono importanti.
La matrice organica dell’osso contiene una componente proteica, costituita principalmente da collagene, sulla quale si depositano i minerali che conferiscono resistenza al tessuto osseo.
Inoltre, un apporto proteico adeguato contribuisce al mantenimento della massa muscolare.
Il muscolo esercita stimoli meccanici sullo scheletro e contribuisce alla stabilità, alla deambulazione e alla capacità di reagire agli squilibri. Una riduzione della massa e della forza muscolare può quindi influenzare indirettamente il rischio di caduta e di frattura.
Le diete vegetariane e vegane possono soddisfare il fabbisogno proteico attraverso alimenti come legumi, soia e derivati, frutta a guscio, semi e, per i vegetariani, uova e latticini.
Il punto fondamentale è che l’apporto totale di proteine sia adeguato alle esigenze individuali e che la dieta sia sufficientemente varia.
4. Altri nutrienti: zinco e acidi grassi omega-3
Gli autori citano anche altri nutrienti che possono contribuire alla salute scheletrica, tra cui lo zinco e gli acidi grassi polinsaturi omega-3.
Lo zinco partecipa a numerosi processi biologici, compresi quelli coinvolti nel metabolismo e nel mantenimento dei tessuti.
Gli omega-3 svolgono diverse funzioni fisiologiche e sono stati studiati anche in relazione al metabolismo osseo.
Tuttavia, è importante distinguere tra un ruolo biologico plausibile e una causa dimostrata: la meta-analisi non permette di stabilire se un apporto insufficiente di questi nutrienti abbia effettivamente determinato l’aumento del rischio osservato.
5. Peso corporeo e massa muscolare
Un altro aspetto discusso nello studio riguarda la composizione corporea.
Le persone vegetariane e vegane presentano spesso, in media, un peso corporeo e una massa magra inferiori rispetto agli onnivori.
Un peso corporeo particolarmente basso può essere associato a una maggiore probabilità di ridotta densità minerale ossea e fragilità scheletrica. Anche una minore massa muscolare può ridurre gli stimoli meccanici favorevoli al mantenimento dell’osso.
Questo non significa che un peso più basso sia necessariamente dannoso o che un peso elevato protegga sempre dalle fratture. La relazione tra peso corporeo e salute ossea è complessa: anche l’obesità può associarsi a un rischio maggiore di alcune tipologie di frattura.
È quindi più utile valutare la composizione corporea, lo stato nutrizionale, la forza muscolare e il quadro clinico complessivo, anziché considerare esclusivamente il numero indicato dalla bilancia.
Un dato interessante: il ruolo dell’integrazione di calcio e vitamina D
Nella discussione della revisione viene citato uno degli studi inclusi, condotto nell’ambito dell’Adventist Health Study 2.
In questa coorte, tra le donne vegane che non assumevano integratori di calcio e vitamina D, è stato osservato un rischio di frattura dell’anca quasi triplo rispetto alle donne non vegetariane.
Al contrario, tra le donne che assumevano entrambi gli integratori non è stato osservato un aumento statisticamente significativo del rischio.
Questo risultato è interessante perché suggerisce che l’adeguatezza dell’apporto di calcio e vitamina D potrebbe essere un fattore rilevante.
È però necessario interpretarlo con prudenza: si tratta di un risultato osservazionale relativo a uno specifico sottogruppo, che non dimostra da solo che l’integrazione elimini il rischio di frattura. Non permette neppure di concludere che tutte le persone vegane debbano assumere automaticamente entrambi gli integratori.
La scelta di integrare deve essere personalizzata e basata sull’alimentazione abituale, sui fattori di rischio e sulle indicazioni cliniche.
Le diete vegetali riducono davvero la densità minerale ossea?
Gli autori richiamano anche precedenti revisioni sistematiche che hanno confrontato la densità minerale ossea delle persone che seguono diete a base vegetale con quella degli onnivori.
In una meta-analisi precedente, sono state osservate differenze medie di densità minerale ossea a livello della colonna lombare, del collo del femore e dell’intero corpo, con valori inferiori nei vegetariani e nei vegani rispetto agli onnivori.
La densità minerale ossea è un indicatore importante della salute dello scheletro, ma non è l’unico elemento che determina la resistenza dell’osso o il rischio di frattura.
Inoltre, questi risultati non dimostrano che ogni persona che segue una dieta vegetale svilupperà osteopenia o osteoporosi.
L’alimentazione, l’attività fisica, lo stato ormonale, la genetica e l’adeguatezza degli apporti nutrizionali possono contribuire a determinare differenze importanti tra individui che seguono lo stesso modello alimentare.
Quanto sono affidabili questi risultati?
Nonostante l’elevato numero complessivo di partecipanti, i risultati devono essere interpretati considerando alcuni limiti metodologici.
Il primo limite è il numero ridotto di studi. La meta-analisi comprende soltanto quattro coorti. Un campione complessivo molto grande non elimina automaticamente tutte le

